Vita da artista: chi lavora nell’arte… non mette da parte niente

Tra Festival dei Due Mondi e Umbria Jazz l’Umbria in questi giorni estivi si trova al centro della scena artistica e culturale italiana. Un’occasione quindi per puntare i riflettori su un aspetto spesso trascurato del mondo artistico. Ovvero, le condizioni di vita dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo.

Ed è proprio quanto ha fatto la Slc Cgil dell’Umbria, presentando a Spoleto una ricerca condotta dal sindacato a livello nazionale intitolata Vita da artista. Si tratta del primo studio sulle condizioni reali dei professionisti dello spettacolo nel nostro Paese, di cui il 71% ha meno di 45 anni.

Giovani, sottopagati, precari e poco tutelati

I lavoratori nello spettacolo dal vivo in Italia sono giovani  e poco pagati: la media di retribuzione annuale è di poco più di 5.000 euro. Sono altresì precari (l’80% ha contratti temporanei) e poco tutelati: solo il 17% di loro è infatti iscritto ad associazioni sindacali, riporta Adnkronos.

Stando ai dati Inps sono circa 137 mila le persone che lavorano nel settore: per il 55% sono uomini e per il 45% donne, che vengono retribuite meno in ogni settore. Nell’arte, inoltre, il lavoro nero è estremamente diffuso.

“Non è accettabile che la maggioranza di chi produce lavoro culturale sia povero”

“Ecco perché –  commentano i rappresentanti di Cgil Umbria, Perugia e Slc Umbria – è importante rafforzare la sindacalizzazione del settore e portare le istanze degli artisti dentro la contrattazione sociale territoriale”.

Dal canto suo il mondo della cultura e dell’arte interroga il sindacato sulle nuove forme di rappresentanza. “Come Cgil crediamo molto in questo impegno, perché non è accettabile che la stragrande maggioranza di chi produce lavoro culturale in questo paese sia povero”, sottolinea Emanuela Bizi, segretaria nazionale  Scl Cgil.

“Manca la percezione che il lavoro culturale sia lavoro a tutti gli effetti”

“Ora, l’impegno è quello di portare le istanze che emergono dalla ricerca nella contrattazione – aggiunge ancora Bizi – cosa che è iniziata con l’ultimo rinnovo, e nelle rivendicazioni verso gli enti previdenziali e verso la politica. A partire dalla necessità di un ammortizzatore specifico di continuità”.

Il problema però è a monte, e riguarda forse il pregiudizio, o la credenza diffusa, che l’arte (ma anche la cultura) sia per definizione più un hobby che un lavoro e proprio.

“Quello che manca è la percezione che il lavoro culturale sia lavoro a tutti gli effetti – puntualizzano i sindacalisti – eppure nella nostra regione la cultura è un motore di sviluppo e un fattore di attrazione fondamentale”.