I 10 consigli per risparmiare sul riscaldamento

Il freddo è arrivato, e le bollette iniziano a lievitare. L’accensione dei termosifoni è partita il 15 ottobre per i comuni in fascia E, il 1 novembre per quelli in fascia D, ed è partita la stagione dei riscaldamenti nella fascia climatica C, che comprende oltre la metà dei comuni italiani. Ma è possibile risparmiare sul riscaldamento domestico? Enea propone 10 regole pratiche per scaldare al meglio le proprie abitazioni e risparmiare evitando sprechi, sanzioni e brutte sorprese in bolletta. Prima regola, effettuare la manutenzione degli impianti, sia per motivi di sicurezza che per evitare sanzioni, che possono arrivare a 500 euro. E controllare la temperatura degli ambienti. Scaldare troppo la casa fa male alla salute e alle tasche: 19 gradi sono più che sufficienti a garantire il comfort necessario. E per ogni grado abbassato si risparmia dal 5 al 10% sui consumi di combustibile.

I trucchi per disperdere meno calore

Attenti poi alle ore di accensione. Il tempo massimo di accensione giornaliero è indicato per legge e cambia a seconda delle 6 zone climatiche in cui è suddivisa l’Italia. Un trucco semplice per ridurre le dispersioni di calore è quello di installare pannelli riflettenti tra muro e termosifone, chiudere persiane e tapparelle durante la notte o mettere tende pesanti che riducono la dispersione di calore verso l’esterno. E ancora, evitare ostacoli davanti e sopra i termosifoni, e non lasciare troppo a lungo le finestre aperte: per rinnovare l’aria in una stanza bastano pochi minuti. Utile poi è fare il check-up alla propria casa. Chiedere a un tecnico di effettuare una diagnosi energetica è il primo passo da compiere per valutare lo stato d’isolamento termico di pareti e finestre, e l’efficienza degli impianti di climatizzazione.

Impianti di riscaldamento innovativi

Dal 2015 la legge consente di installare caldaie a condensazione, ed è quindi opportuno valutare la sostituzione del vecchio generatore di calore con uno a condensazione oppure a pompa di calore ad alta efficienza, a biomassa, o con sistema ibrido. Ove possibile è opportuno integrare questi impianti con collettori solari termici e/o impianti fotovoltaici. Per la realizzazione di questi interventi è possibile usufruire dell’ecobonus e, limitatamente agli impianti fotovoltaici, delle detrazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie, riferisce Adnkronos.

Soluzioni tecnologiche innovative

Anche la domotica aiuta a risparmiare. Cronotermostati e regolatori di presenza elettronici consentono di regolare a distanza la temperatura degli ambienti e il tempo di accensione degli impianti di riscaldamento, in modo da mantenerli in funzione quando necessario. Anche per questi interventi si può usufruire dell’ecobonus. Ultimo consiglio applicare valvole termostatiche. Queste apparecchiature servono a regolare il flusso dell’acqua calda nei termosifoni, consentendo di non superare la temperatura impostata per il riscaldamento. Obbligatorie per legge nei condomini, le valvole termostatiche permettono di ridurre fino al 20% i consumi.

Inflazione in frenata, a settembre 1,4%

Dopo quattro mesi di accelerazione a settembre l’inflazione rallenta. E dall’1,6% di agosto i  prezzi al consumo passano all’1,4%. Inoltre, su base annua, la frenata rilevata dall’Istat nei dati definitivi è ancora più netta di quella indicata nella stima preliminare, attestata all’1,5%. A decelerare di alcuni decimi di punto è anche l’inflazione che grava sulle spese quotidiane, come quelle per i beni alimentari, i beni per la cura della casa e della persona, e i prodotti ad alta frequenza d’acquisto. Ma per i prodotti di largo consumo, gas ed elettricità, la crescita dei prezzi rimane più alta.

Il rallentamento si deve principalmente alla dinamica dei prezzi dei beni alimentari

Il rallentamento dell’inflazione si deve principalmente alla dinamica dei prezzi dei beni alimentari, sia lavorati (la cui crescita in termini tendenziali passa da +1,9% a +1,2%) sia non lavorati (da +3,1% a +2,4%), alla quale si aggiunge quella dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +2,8% di agosto a +2,5%).

Anche i beni energetici non regolamentati rallentano (da +9,5% di agosto a +9,3%), anche se tuttavia continuano ad aumentare. Per i prodotti di largo consumo, così come per gli energetici regolamentati (gas ed elettricità), la crescita dei prezzi rimane comunque più alta rispetto quella registrata per il paniere nel suo complesso.

I prezzi dei servizi relativi ai trasporti in calo del 4,9%

La diminuzione congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo si deve prevalentemente al calo dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-4,9%) e, in misura più contenuta, dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8). L’inflazione decelera quindi sia per i beni (da +2,0% di agosto a +1,7% di settembre) sia per i servizi (da +1,1% a +1,0%). Il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane però negativo, anche se meno marcato rispetto ad agosto (da -0,9% a -0,7%).

Anche l’inflazione di fondo al netto di energetici e alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici, registra una decelerazione: da +0,8% a +0,7% la prima, e da +1,1% a +0,9% la seconda.

La fine dei saldi estivi fa crescere l’IPCA

Se sui prezzi dei prodotti di largo consumo le tensioni si attenuano (beni alimentari, per la cura della casa e della persona, da +2,1% a +1,5%), su quelli ad alta frequenza d’acquisto l’inflazione permane a un livello più alto rispetto all’indice generale (da +2,7% a +2,3%), riporta askanews.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta invece dell’1,7% su base mensile a causa della fine dei saldi estivi, e dell’1,5% su base annua (da +1,6% rispetto ad agosto). L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati diminuisce dello 0,5% su base mensile, ma cresce dell’1,3% rispetto a settembre 2017.

 

“Un attimo!”: così risponde il 38% degli adulti incollati allo smartphone

Cosa rispondono ai figli che chiedono le loro attenzioni gli adulti intenti a smanettare con lo smartphone? “Un attimo! Ma spesso è un attimo che non passa mai. L’associazione nazionale DiTe, che dal 2002 si occupa anche di dipendenze tecnologiche, ha condotto un’indagine su 2.000 giovani tra i 14 e i 20 anni e adulti tra i 28 e i 55 per scoprire quali sono le risposte e gli atteggiamenti di chi ha l’abitudine di “immergersi” nel telefono cellulare. E “Un attimo” è la risposta del 38% degli adulti. Ma quali sono le altre risposte più gettonate? Il 22% risponde con “Cosa?”, il 15% non alza la testa dallo schermo, ma rassicura con “Ti sto ascoltando”, il 12% promette “Ora arrivo”, l’11% borbotta “Dai, ho appena preso il telefono in mano”, e il 2% esclama “Dimmi”.

L’incoerenza digitale dei “grandi”

Parole che rivelano quanto e distrazioni digitali allontanino dalla relazione emotiva con i figli e dall’ascolto dei loro bisogni. “Si tratta di incoerenza digitale – afferma Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell’associazione DiTe -. Se i ragazzi riescono a fare più cose contemporaneamente, magari in modo approssimativo, ma le fanno, i ‘grandi’ quando sono concentrati sui loro schermi difficilmente prestano attenzione ad altro”. D’altronde è comprensibile. I ragazzi sono i cosiddetti nativi digitali, mentre gli adulti sono emigrati digitali, e in alcuni casi addirittura tardivi digitali. E molti di loro non riescono a integrarsi con le nuove tecnologie.

Quando è il genitore a chiedere attenzione

Ma quando sono i genitori a chiedere l’attenzione dei figli a loro volta ipnotizzati dallo schermo cosa succede? I ragazzi affermano che il 45% degli adulti utilizza la frase “Sempre con quel cellulare in mano”, mentre il 20% impone “Spegni subito”, il 12% ricorda “Quante volte ti ho detto che non devi usare il cellulare a tavola”, il 13% interroga per sapere “Con chi parli sempre?”, l’11% “Cosa stai facendo al cellulare?”, e il 9% minaccia “Se continui così ti prendo il cellulare!”, riferisce Askanews.

Cosa rispondono i ragazzi?

E i ragazzi sullo smartphone cosa rispondono ai genitori che chiedono la loro attenzione? Il 55% degli adolescenti replica con “L’ho appena acceso”, il 16% si giustifica dicendo “Mi stavo annoiando”, l’11% giura che “Sto solo ascoltando musica”, l’8% promette “Un attimo e spengo”, il 6% confessa che “Ero nervoso/a” e il 4%, chiede di ripetere: “Cosa?”.

“L’identità dei ragazzi passa anche dallo smartphone – aggiunge Lavenia -. Dobbiamo cercare di comprendere cosa fanno con questo strumento, e non giudicarli a priori. Dobbiamo aiutarli a trovare l’equilibrio tra schermo e realtà. E fare in modo che le loro emozioni non siano dissociate dal corpo, come spesso purtroppo accade”.

Mancano professionisti di cyber security? L’automazione è la risposta

La carenza di professionisti di cyber security rende difficile per le aziende assumere e trattenere talenti. Ma il successo, nel campo della sicurezza, “si raggiunge lavorando sui processi, più che sulle persone – sostiene Nicola Attico, solution consultant manager di ServiceNow Italia -. Le aziende oggi hanno l’opportunità di passare da un approccio alla cyber security focalizzato su ‘toppe temporanee’ a uno più efficiente e conveniente, per prevenire e risolvere i problemi”. Per creare un modello di security robusto, efficiente ed efficace molto si può fare con l’automazione, spiega un articolo di CyberAffairs. Un modello complementare alla ricerca di talenti e agli sviluppi tecnologici nel campo della cyber security.

I 5 step per implementare un modello basato sull’automazione

Secondo Attico sono 5 i passi da seguire per implementare un modello di questo genere. Il 1° è fare un assessment imparziale delle capacità di risposta alle vulnerabilità.” Bisogna identificare i punti deboli dell’organizzazione – prosegue il manager -. Questo si può fare attraverso una stima dei rischi esistenti e applicando un punteggio in ogni area, per avere così una piattaforma di partenza. È importante ricordare che in seguito al Gdpr ci muoviamo in uno scenario globale che ha degli obblighi molto rigidi nei confronti della protezione dati dei clienti e nell’ammettere le violazioni agli utenti che vedono coinvolte le proprie informazioni”.

Il 2° passo è quello di accelerare il time-to-benefit. “Ogni azienda dovrebbe avere uno strumento che effettui scansioni interne ed esterne, alla ricerca di vulnerabilità – puntualizza Attico -. Questo tool dovrebbe anche effettuare scansioni di autenticazione”. Acquisire un vulnerability scan, quindi, è una priorità per le aziende, riporta Askanews.

 

Condividere i dati fa risparmiare

Parola d’ordine numero 3: risparmiare tempo condividendo i dati tra la security e l’IT. “Le aziende possono creare un punto di vista comune combinando i dati sulle vulnerabilità con quelle delle configurazioni IT, utilizzando idealmente una piattaforma unica – afferma ancora Attico -. Strumenti che automatizzano il patch management riducono ulteriormente tempo e risorse, permettendo ai membri dei diversi team di tenere sotto controllo lo stato delle patch aziendali e il conseguente livello di sicurezza”.

“Trattenere i talenti focalizzandosi sulla cultura d’impresa e l’ambiente”

Penultimo passo da seguire (4) è definire e ottimizzare un processo di end-to-end vulnerability response e automatizzare. Secondo Attico “Implementare un processo di risposta alle vulnerabilità aumenta l’accuratezza e riduce di conseguenza i rischi”. Aggiungendo i workflow e l’automazione a questo processo si ottiene più efficienza: perché il tempo di patching e le richieste di personale vengono ridotte.

Ultimo passo (5), trattenere i talenti focalizzandosi sulla cultura d’impresa e l’ambiente. “Abbattendo le barriere interne, ottimizzando i processi e automatizzando il lavoro ripetitivo – dichiara Attico – i team di security aumenteranno in maniera sostanziale la loro soddisfazione sul lavoro riducendo la frustrazione, e rendendo l’azienda un posto migliore in cui lavorare”.

Vita da artista: chi lavora nell’arte… non mette da parte niente

Tra Festival dei Due Mondi e Umbria Jazz l’Umbria in questi giorni estivi si trova al centro della scena artistica e culturale italiana. Un’occasione quindi per puntare i riflettori su un aspetto spesso trascurato del mondo artistico. Ovvero, le condizioni di vita dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo.

Ed è proprio quanto ha fatto la Slc Cgil dell’Umbria, presentando a Spoleto una ricerca condotta dal sindacato a livello nazionale intitolata Vita da artista. Si tratta del primo studio sulle condizioni reali dei professionisti dello spettacolo nel nostro Paese, di cui il 71% ha meno di 45 anni.

Giovani, sottopagati, precari e poco tutelati

I lavoratori nello spettacolo dal vivo in Italia sono giovani  e poco pagati: la media di retribuzione annuale è di poco più di 5.000 euro. Sono altresì precari (l’80% ha contratti temporanei) e poco tutelati: solo il 17% di loro è infatti iscritto ad associazioni sindacali, riporta Adnkronos.

Stando ai dati Inps sono circa 137 mila le persone che lavorano nel settore: per il 55% sono uomini e per il 45% donne, che vengono retribuite meno in ogni settore. Nell’arte, inoltre, il lavoro nero è estremamente diffuso.

“Non è accettabile che la maggioranza di chi produce lavoro culturale sia povero”

“Ecco perché –  commentano i rappresentanti di Cgil Umbria, Perugia e Slc Umbria – è importante rafforzare la sindacalizzazione del settore e portare le istanze degli artisti dentro la contrattazione sociale territoriale”.

Dal canto suo il mondo della cultura e dell’arte interroga il sindacato sulle nuove forme di rappresentanza. “Come Cgil crediamo molto in questo impegno, perché non è accettabile che la stragrande maggioranza di chi produce lavoro culturale in questo paese sia povero”, sottolinea Emanuela Bizi, segretaria nazionale  Scl Cgil.

“Manca la percezione che il lavoro culturale sia lavoro a tutti gli effetti”

“Ora, l’impegno è quello di portare le istanze che emergono dalla ricerca nella contrattazione – aggiunge ancora Bizi – cosa che è iniziata con l’ultimo rinnovo, e nelle rivendicazioni verso gli enti previdenziali e verso la politica. A partire dalla necessità di un ammortizzatore specifico di continuità”.

Il problema però è a monte, e riguarda forse il pregiudizio, o la credenza diffusa, che l’arte (ma anche la cultura) sia per definizione più un hobby che un lavoro e proprio.

“Quello che manca è la percezione che il lavoro culturale sia lavoro a tutti gli effetti – puntualizzano i sindacalisti – eppure nella nostra regione la cultura è un motore di sviluppo e un fattore di attrazione fondamentale”.

Difendersi a scuola, arriva il corso di sopravvivenza per insegnanti e presidi

Imparare a reagire con pochi mezzi nelle circostanze difficili che possono verificarsi a scuola: questo è l’obiettivo del corso di sopravvivenza per presidi e insegnanti organizzato dall’Associazione Nazionale Presidi Lazio (ANP-Lazio), in collaborazione con il Policlinico Gemelli, la Polizia Postale e l’Associazione eTutorWeb. L’iniziativa partirà nel mese di settembre 2018, ed è rivolta a dirigenti scolastici e insegnanti di ogni ordine e grado. La finalità del corso è quella di fornire a chi opera nel mondo dell’insegnamento strumenti di sostegno utili per affrontare tutti i comportamenti e gli atteggiamenti disfunzionali individuati nella relazione scuola-famiglia. Oltre al corso è prevista la diffusione nelle scuole di un video con interviste a personalità della comunicazione, della scuola, del diritto, dello spettacolo, della cultura e della sociologia.

Padroneggiare gli strumenti normativi a disposizione di presidi e docenti

Il corso si propone quindi di aiutare gli operatori della scuola a migliorare e rafforzare con le famiglie relazioni sempre più efficaci e collaborative sui temi della formazione e dell’educazione dei ragazzi.

Tra le finalità del progetto vi è innanzitutto anche la volontà di padroneggiare tutti gli strumenti normativi a disposizione di docenti e presidi, in modo che la scuola possa attivare strutture progettuali in grado di prevenire il conflitto. Ad esempio, redigendo o aggiornando il Regolamento di Istituto, nel cui ambito il Regolamento degli Studenti stabilisce le forme di tutela dei diritti degli alunni e della privacy di tutti gli operatori della scuola.

Un patto di corresponsabilità fra scuola, alunni e famiglia

Per un rapporto proficuo fra alunni, famiglia e insegnanti è inoltre necessario rafforzare il patto di corresponsabilità con i principi e i comportamenti che scuola, famiglia e alunni condividono e si impegnano a sottoscrivere e rispettare. Per saper analizzare in maniera corretta ed efficace i comportamenti degli studenti risulta poi fondamentale conoscere gli aspetti sociologici e psicologici dei preadolescenti, degli adolescenti e degli adulti, riporta Ansa.

Fare riferimento a un Codice deontologico e utilizzare stili educativi individualizzati

In questo senso è opportuno fare riferimento a un Codice deontologico, al Codice disciplinare riguardante la scuola, e alla relativa giurisprudenza per tutte le scelte e le decisioni che presidi e docenti sono chiamati ad assumere su atteggiamenti e comportamenti degli studenti. Per orientare le attività formative verso più efficaci modelli di apprendimento è opportuno avvalersi di stili educativi individualizzati. La comunicazione, verbale e non-verbale, di insegnanti e presidi, va indirizzata quindi verso modelli adeguati

Quanto costa mandare i figli a scuola? 15 miliardi di euro

Per mandare i figli a scuola, dall’asilo nido all’università le famiglie italiane spendono 15 miliardi di euro. Di cui 8,7 miliardi per tasse e rette di iscrizione, e 3,8 miliardi (25% del totale), per i costi della didattica, a cominciare dai libri. Un’altra voce piuttosto onerosa riguarda la spesa per mensa e trasporto scolastico, che insieme raggiungono circa 2,6 miliardi, oltre il 17% del totale complessivo per l’intero ciclo scolastico.

Non sorprende che molte famiglie fatichino a sostenere il percorso formativo dei figli. Ciò si riflette anche sul mondo del lavoro, poiché la possibilità di crescita dell’Italia è bloccata anche dal basso livello di competenze.

Asilo nido e scuola materna i più costosi

A fare i conti sui costi dell’istruzione è una ricerca di Mbs Consulting, Il bilancio di welfare delle famiglie italiane, diffusa da AdnKronos. E dalle stime della ricerca emerge come la spesa più consistente sia destinata alla fase iniziale del ciclo scolastico: asilo nido e scuola materna incidono in media per 1.937 euro a famiglia (6,5% del reddito familiare netto), pari a 5,4 miliardi complessivamente.

Il 35,4% delle famiglie dichiara di dover rinunciare ad attività formative extra scolastiche

A causa dei costi onerosi il 59,1% delle famiglie rinuncia ad arricchire il percorso formativo dei figli (ad esempio, corsi di lingue straniere o attività fisiche), oppure alle gite scolastiche, a cui rinuncia il 32,2% delle famiglie.

Tra le famiglie che dichiarano di effettuare alcune rinunce (35,4%), quelle costrette da condizioni economiche svantaggiate sono il 57,7%, percentuale che sale al 61,9% nei nuclei costituiti da un solo genitore con figli.

Il contributo del welfare aziendale nella crescita dell’istruzione

Sono quindi 7,8 milioni le famiglie che affrontano, con fatica, le spese per l’istruzione. Tra queste, 6,3 milioni sono famiglie con lavoratori dipendenti, potenzialmente beneficiarie delle iniziative di welfare delle imprese. A oggi però solo 968mila famiglie utilizzano convenzioni con asili nido o scuole materne, 608mila ricevono aiuti per le spese scolastiche e universitarie, e 180mila hanno ottenuto borse di studio aziendali.

Se le recenti riforme hanno rafforzato l’autonomia degli istituti scolastici, e sollecitato l’apertura al tessuto sociale e produttivo, il welfare aziendale può quindi permettere alle imprese di generare nuove opportunità di incontro con la scuola, contribuendo con iniziative concrete al suo rinnovamento.

L’Italia al penultimo posto in Europa per numero di laureati

Un recente report di Eurostat delinea un quadro preoccupante sui livelli di istruzione in Italia, al penultimo posto in Europa nel 2017, davanti solo alla Romania per numero di laureati sulla popolazione in età di lavoro. E il 41,1% di italiani non ha conseguito nemmeno il diploma.

Come se non bastasse, il tasso di abbandono nella scuola secondaria superiore in Italia è particolarmente elevato: il 14,7%, quasi 4 punti in più della media europea (11%).

Chi sono gli influser? Doxa indaga sulla “tribù” degli anticipatori del mercato

Anticipare le tendenze di acquisto di domani: è quanto “fanno” gli influser, coloro che più di altri sono in grado di recepire le novità del mercato. Un target fondamentale per brand e aziende che Doxa, per conto della società Influse, ha deciso di indagare, tracciandone caratteristiche e diffusione a livello numerico. Doxa ha quindi realizzato una doppia indagine, sia quantitativa, per circoscrivere la sottopopolazione che possiede le caratteristiche dell’Influser, sia qualitativa, condotta sugli individui maggiormente aderenti al profilo degli anticipatori di consumi.

La stragrande maggioranza degli intervistati è “solo” curiosa

Dalla ricerca risulta che sono pochi gli italiani con le caratteristiche dell’influser. “La stragrande maggioranza degli intervistati, pari al 57% del totale, sono al più curiosi – precisa Vilma Scarpino, AD Doxa -. Si tratta di persone che si aprono alle novità, ma solo se convinte che possano migliorarne la vita”. Ai curiosi seguono gli esploratori (18%), ovvero coloro che, attenti a come cambia la società, si sforzano di captare le novità in arrivo. E al terzo posto si trovano gli osservatori (17%). Questi ultimi, attratti dal progresso, sanno apprezzare il tempo in cui vivono sfruttandone al meglio le opportunità.

Solo il 4% degli intervistati ha un profilo corrispondente a quello dell’influser

La buona notizia è che si può essere influser a qualsiasi età, indipendentemente dalle condizioni socio-economiche e dall’appartenenza geografica. Ma da questa prima survey di Doxa emerge che “appena il 4% degli intervistati ha un profilo corrispondente a quello dell’influser – riassume Gianmaria Padovani, co-founder di Influse insieme a Cubica -. Si tratta di individui che stanno con altre persone perché il loro senso di identità è intimamente legato alla sensazione di appartenenza a un gruppo e allo scambio che questo comporta”.

Per gli influser Internet è il principale strumento di interfaccia con il mondo

Tutti gli influser hanno diversi hobby e sono soliti coltivare interessi diversi tra loro. Al primo posto però c’è la tecnologia, elemento centrale del loro mondo, seguita dall’universo del food, i viaggi, e l’intrattenimento, soprattutto cinema, film, serie TV e concerti.

Tra i canali d’informazione più utilizzati dagli influser Internet risulta in maniera significativa il principale strumento di interfaccia con il mondo. Gli influser più giovani, in particolare, sono estremamente web confident: per loro Internet è uno strumento quotidiano, usato in primis per visitare i social network e relazionarsi con le community. Del resto è proprio online che i più scovano le novità individuando i trend futuri.

Le Pmi del settore meccanico non sono pronte per la quarta rivoluzione industriale

Quasi un quinto delle Pmi italiane del settore meccanico, ovvero il 18,6%, non si sente preparato per la quarta rivoluzione industriale. Sebbene il 41,8% di loro si dichiari soddisfatta per il prolungamento del Piano Nazionale Industria 4.0 al 2020, quasi una su tre (31%) lo giudica ancora insufficiente, e c’è chi ancora non lo conosce (18,4%).

Questo almeno è il quadro che emerge dalla ricerca sull’industria manifatturiera meccanica realizzata da Grs Ricerca e Strategia, e presentata in occasione del Forum trasformazione digitale, promosso da Fabbrica per l’eccellenza, la learning community di Compagnia delle Opere.

Cosa pensano le Pmi meccaniche del Piano Nazionale Industria 4.0?

Secondo le Pmi intervistate i principali fattori che rallentano la digitalizzazione delle imprese sono l’incertezza del rapporto tra investimenti e benefici, la mancanza di competenze interne e gli investimenti troppo alti.

Tra le misure del Piano Nazionale Industria 4.0, il cosiddetto Piano Calenda, iper e super ammortamento riscuotono invece il successo maggiore.

E se il 24% delle Pmi intervistate dà una valutazione positiva del Piano, riporta Ansa, e il 17,7% ritiene che sul fronte della trasformazione digitale la situazione sia migliorata, per il 15,2% delle aziende intervistate si tratta di un Piano “confuso e non rispondente alle esigenze delle Pmi”.

 

Dopo la sicurezza digitale gli investimenti si concentrano soprattutto sulla connettività

Dopo la cyber security gli investimenti delle Pmi si concentrano soprattutto sulla connettività (53%), mentre diminuiscono quando si tratta di Internet of Things, robotica collaborativa, big data e realtà aumentata, su cui investe il 26,8% delle imprese.

Lo stesso trend si rileva sul livello di conoscenza delle diverse tecnologie. Nella maggioranza delle Pmi, poi, è l’imprenditore stesso la figura che gestisce il processo di innovazione digitale. Solo il 10,9% dispone di un Chief innovation officer (Cio), e appena lo 0,6% può contare su un Chief Digital Officer (Cdo).

Non solo opportunità: big data, connessioni remote, Internet of Things presentano anche dei rischi

“Big data, connessioni remote quasi senza confini, Internet of Things offrono anche alle aziende di medie dimensioni l’opportunità di competere nell’economia globale – afferma Dionigi Gianola, direttore generale della Compagnia delle opere e responsabile del progetto Fabbrica per l’eccellenza – ma presentano dei rischi, sia perché gli investimenti richiesti dai processi di digitalizzazione sono elevati sia perché la scelta delle tecnologie giuste ha effetti invasivi, e quasi sempre a medio-lungo termine”.

Gli italiani e i social: li usano tutti i giorni, ma non distinguono la pubblicità

Facebook, Instagram e Whatsapp sono i social più amati e usati dagli italiani. Che però non riescono ancora distinguere un messaggio promozionale quando viene pubblicato: 1 utente su 3 non si rende conto di essere di fronte a una pubblicità quando la vede apparire. Questo è infatti uno degli aspetti emersi  dall’indagine Italiani e Social Media di Blogmeter, azienda italiana attiva nella social media intelligence. Per la ricerca sono stati intervistati 1.500 residenti in Italia, tra i 15 e i 64 anni, un campione rappresentativo degli iscritti ad almeno un canale social.

Social di “cittadinanza” e “funzionali

Blogmeter identifica due tipologie di social, quelli di “cittadinanza” e quelli “funzionali”. I primi sono i social che contribuiscono a definire le nostre identità di relazione, mentre i secondi vengono utilizzati più saltuariamente e soddisfano un bisogno specifico  Tra i primi Facebook si conferma anche quest’anno il maggiore rappresentante per l’84% degli intervistati, seguito da Instagram, cresciuto del 6% rispetto all’anno passato (dal 40% a 46%), e WhatsApp considerato dai suoi utilizzatori un social alla pari di altri, e non un mero servizio di messaggistica. Tra i social funzionali i principali sono Trip Advisor e Facebook Messenger, riporta una notizia Agi.

Utile, detestata o addirittura non riconosciuta: la percezione dell’advertising sui social

La pubblicità su Facebook e Instagram è considerata utile come fonte di stimoli rispettivamente per il 26% e il 33% degli intervistati. Ma l’aspetto più interessante è che molti utilizzatori non distinguono la pubblicità dai contenuti organici (ciò vale per 1 intervistato su 3). Decisamente più critica la percezione dell’advertising su YouTube, considerato fastidioso dal 75% degli intervistati. Anche nel 2018 poi l’e-commerce si conferma fortemente correlato all’uso dei social: coloro che acquistano più frequentemente online sono tra i più frequenti utilizzatori dei social network. E il 50% degli intervistati ritiene che incrementerà i propri acquisti online nell’anno a venire.

Ma perché usiamo i social media?

Dalla ricerca emerge una polarizzazione: il 42% degli intervistati dichiara di limitarsi a leggere contenuti altrui, il 13% dichiara di scrivere prevalentemente propri post originali, senza particolare attenzione ai post delle altre persone. Il restante 45% legge, scrive o commenta. E se Facebook resta il preferito, Instagram è il social di riferimento per seguire le celebrity, mentre YouTube e Pinterest sono utilizzati per trovare nuove idee. Interessante la crescita di menzioni di Facebook Messenger (+7%) come canale per comunicare con le aziende.