New Digital Payment, +56% in Italia

Da qualche anno il mondo dei pagamenti sta vivendo una profonda trasformazione. I New Digital Payment, i metodi di pagamento digitali innovativi, anche in Italia continuano a crescere a un ritmo elevato: +56% nel 2018 rispetto all’anno precedente. Una crescita trainata soprattutto dalle carte Contactless e dai pagamenti tramite Mobile. La conferma arriva dalla nuova edizione dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce della School of Management del Politecnico di Milano. Che prospetta un futuro di innovazioni tecnologiche, di device e di processi, che cambieranno ulteriormente il nostro modo di pagare.

Con carta o contactless

Nel 2018 i pagamenti con carta in Italia salgono a 240 miliardi di euro, pari al 37% dei pagamenti delle famiglie italiane, con una crescita del +9%. Gli italiani usano sempre di più la carta: il numero di transazioni pro capite oggi è di 69,6 rispetto alle 60 del 2017. Inoltre, nel 2018 sono state effettuate oltre 1 miliardo di transazioni senza contatto da parte dei possessori di carte contactless, per circa 47 miliardi di euro di transato complessivo. A ricoprire un ruolo fondamentale, oltre alla dimestichezza con questa tecnologia ormai acquisita, è anche la crescita del numero di carte e POS abilitati: oltre 1 carta su 2 (60 milioni, +17%) a fine 2018 e più di 3 POS su 4 (1,7 milioni, +21%) sono contactless.

I pagamenti da smartphone

I pagamenti presso i punti vendita attraverso il cellulare (Mobile Proximity Payment) crescono in maniera esponenziale (+650%) e con oltre 15,6 milioni di transazioni effettuate raggiungono i 530 milioni di euro. Raddoppiano, inoltre, sia il numero di persone che l’hanno utilizzato (1 milione in totale a fine 2018) sia la spesa annuale media, che supera i 500 euro per persona. Il valore degli acquisti online Mobile o app (Mobile Remote Commerce), invece, è cresciuto del 40% per un totale di 8,4 miliardi di euro. E quello del Mobile Remote Payment (pagamenti di ricariche telefoniche, bollette, parcheggi, biglietti del trasporto, noleggi auto ecc) ha raggiunto i 900 milioni di euro di transato (+10%). Il valore del transato dei Mobile POS (terminali collegati allo smartphone dell’esercente), infine, è cresciuto del 38%, per un totale di quasi 1,5 miliardi di euro.

Il futuro del Mobile Payment

Il primo livello di innovazione riguarda le piattaforme abilitanti, le soluzioni di back office su cui possono poggiare le innovazioni utilizzate dagli utenti. Al loro interno sono presenti direttrici di innovazione come le Open API e l’AI, legate alle interfacce con sistemi esistenti, l’Instant Payment, correlato alla creazione di nuovi schemi interbancari, e la Blockchain, per la creazione di nuove piattaforme in grado di semplificare gli scambi interbancari o l’intermediazione finanziaria. Su queste tecnologie si basa il secondo livello, i device, i dispositivi che i consumatori possono utilizzare per effettuare pagamenti. Le principali innovazioni in questo ambito sono lo smartphone, gli smart objects e gli assistenti vocali. Esiste poi un terzo livello di innovazioni, e riguardano i processi, che impattano sulle fasi di acquisto, pagamento e autenticazione.

Fiducia delle medie imprese per il 2019

Le medie imprese industriali italiane rappresentano quasi il 20% della manifattura italiana. Nel 2018 lo scenario nazionale e internazionale ha portato una parte rilevante della media impresa a subire una battuta d’arresto, e solo un’impresa su 4 ha visto aumentare il proprio fatturato. Per il 2019 prevale un sentiment di attesa sul quadro economico, caratterizzato da un cauto ottimismo. Almeno, secondo i bilanci di circa un quarto delle 3500 medie imprese industriali presenti sul territorio esaminati dalla 17a edizione dall’indagine pubblicata da Unioncamere e Mediobanca.

Rispetto al 2018 +32% imprese con un aumento di fatturato

“A livello internazionale, le medie imprese si confermano i pivot del nostro Made in Italy, con un brand fortemente percepito in mercati come Stati Uniti e Cina”, commenta Domenico Mauriello, direttore dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne – Unioncamere. E rispetto al 2017 è aumentata la percentuale di imprese che hanno dichiarato un aumento di fatturato, mentre quelle che indicano difficoltà sono scese dal 6% al 2%. Per il 2019, le previsioni indicano che il 67% delle imprese vivrà una situazione stazionaria. Rispetto al 2018, invece, potrebbe salire la percentuale di imprese che avranno un aumento di fatturato (32%), con un possibile incremento del 7% rispetto al 2018.

Nel 2019 l’export potrebbe tornare a crescere

Dal punto di vista della produzione solo il 23% del campione ha visto un aumento nel 2018 rispetto al 2017. Una percentuale simile a quella dell’occupazione: per il 22% è aumentata, stazionaria per il 75%, e in diminuzione per il 3%. Per il 2019 esiste una moderata fiducia per l’aumento dell’occupazione, che il 25% potrebbe vedere in aumento, e per la crescita della produzione, che potrebbe passare dal 23% del 2018 al 31% del 2019. L’export rimane forte, costituendo il 44% del fatturato, ma scende rispetto all’analisi del 2017, passando dal 46% al 27% (2018). Nel 2019, riporta Italpress, secondo il campione l’export potrebbe tornare a crescere, arrivando al 32%.

Per le imprese familiari la scommessa riguarda la governance

Su un orizzonte di 20 anni le medie imprese familiari mostrano una crescita costante, ma il tema più problematico per il futuro riguarda la governance. “Sono imprese infatti in cui la famiglia tende ad avere una presenza eccessiva – spiega Gabriele Barbaresco, responsabile Area Studi Mediobanca -. Il 66% delle medie imprese familiari infatti è gestito da organi monocratici o da soluzioni che prevedono un cumulo di cariche con deleghe, mentre la quota scende al 42,7% nelle medie imprese non familiari.

Per motivi anagrafici, inoltre, nei prossimi anni una media impresa familiare su 4 sarà chiamata a rinnovare i ruolo di vertici nel proprio Cda. Nelle medie imprese familiari l’età media è sensibilmente più alta rispetto a quelle manageriali. Il presidente di un’impresa familiare, per esempio, ha mediamente 66 anni contro i 59 del mondo manageriale.

Piatti esperienziali, superfood, consapevolezza e tecnologia: le tendenze della ristorazione

Pochi settori sono così di moda – e quindi incredibilmente social e instagrammabili – come la ristorazione. Fra trasmissioni televisive, siti specializzati e riviste dedicate, una gran parte di italiani ed europei si sono scoperti aspiranti chef. Ma quali sono le tendenze in questo mondo? Cosa ‘va’ nei piatti e sulle tavole dei ristoranti? A questa domanda risponde uno studio globale realizzato da TheFork, piattaforma per la prenotazione di ristoranti in Europa, con Doxa, che ha messo in evidenza le sette principali tendenze della ristorazione.

Esperienze sensoriali

Non solo scatti effetto wow: anche se  negli ultimi anni Instagram e altre app di condivisione fotografica hanno rivoluzionato il mondo del food, tanto che i ristoratori più smart hanno ideato cibi e cocktail perfetti per vivere sui social media. Ora Instagram Stories, Facebook Live e YouTube hanno esteso la tendenza oltre una singola istantanea a ciò che funziona bene nei video. Ecco perché l’attenzione si sta spostando dal gusto all’estetica:  “Il crescente interesse per i piatti fotogenici fa comparire glitter eduli in cocktail e pizze (Rainbow Glitter Pizza o prodotti per inserire i glitter nei propri cocktail preferiti) ancora gli ‘Injectable Flavors’ dessert in cui si possono iniettare direttamente aromi, rendendo l’esperienza sempre più condivisibile” riporta una nota dell’Ansa.

Tecnologia che migliora l’efficienza

Il 95% dei ristoratori negli Stati Uniti ha dichiarato che la tecnologia migliora l’efficienza dei ristoranti. Dall’uso dei droni nel delivery e nel servizio fino alla al check-out basato su applicazione, i ristoranti integrano sempre più soluzioni tecnologiche nelle loro attività. Resta da trovare la giusta combinazione fra alta tecnologia e rapporto umano, fondamentale nel settore della ristorazione.

Trasparenza verso i consumatori

Utenti sempre più consapevoli esigono informazioni chiare e veritiere. Che nella ristorazione si traducono nella richiesta di trasparenza in termini di approvvigionamento, origini alimentari e metodi di coltivazione e trasformazione. Ma i consumatori vogliono anche aziende etiche, pure verso i dipendenti, sostenibili e attente allo spreco alimentare.

Cucina del “senza”

Con l’aumento di persone legame, vegetariane, intolleranti a diversi alimenti anche la ristorazione si adegua.  Si espande l’offerta per specifiche esigenze alimentari e nei menù entrano sempre più offerte “free-from” (lactose free, meat free, gluten free ecc.).

Non soli pasti

I millennial, in particolare, puntano più a vivere un’esperienza piuttosto che acquistare un semplice bene o servizio. Il fenomeno continuerà, coinvolgendo anche la ristorazionere: quando si mangia fuori, le persone cercano sia un buon pasto sia un’esperienza gastronomica coinvolgente, anche con format originali.

Superfood e menù naturali

Nel 2019 saranno sempre più presenti nei piatti dei ristoranti ingredienti che hanno effetti positivi su una o più funzioni dell’organismo. I superfood saranno protagonisti, insieme ad altri alimenti come il collagene per la bellezza il karkadè come antistress.

Consapevolezza in primis

I consumatori vorranno sempre più sapere cosa mangiano, compresi i luoghi di produzione e o metodi di lavorazione. E la tecnologia servirà anche a questo, con delle app che aiutano le persone a identificare ingredienti con cui non hanno familiarità.

Stipendi più alti a Milano, Monza Brianza e Bolzano

Se gli ultimi dati Istat affermano che tra luglio e settembre il nostro Paese ha perso 52 mila occupati rispetto al trimestre precedente, e i salari italiani del settore privato sono stagnanti da molti anni, i dati dell’Osservatorio JobPricing sugli stipendi medi italiani confermano che sono in provincia di Milano gli stipendi più alti d’Italia.

La differenza tra le regioni e tra le stesse province spesso è molto accentuata, con un divario significativo tra i territori più fortunati e quelli in cui gli stipendi si attestano come i più bassi del Paese.

“E non sono pochi – spiega Carola Adami, head hunter di Milano e CEO dell’agenzia di selezione del personale Adami & Associati – i professionisti che, alla ricerca di uno stipendio più alto decidono di guardare verso province in cui i salari sono notoriamente più alti, seppur motivati da un maggiore costo della vita”.

A Milano la retribuzione annua lorda media è di 34.000 euro

Il salario resta un aspetto centrale per le aziende alla ricerca di nuovi talenti e per i dipendenti desiderosi di trovare un nuovo posto di lavoro. E fra le province e le città dove si guadagna di più a primeggiare è Milano. Qui, infatti, la retribuzione annua lorda media è di poco superiore ai 34.000 euro. Alle spalle di Milano, staccata da più di 2.000 euro di differenza, si piazza una seconda provincia lombarda, Monza Brianza. E a chiudere il podio è un’altra provincia del Nord, Bolzano, che in questa edizione di JobPricing ha guadagnato 4 posizioni.

Un’Italia a due marce

A livello regionale prima è la Lombardia, con 31.700 euro di retribuzione lorda media annua, seguita dal TrentinoAlto Adige e dall’Emilia Romagna, entrambi con una RAL di circa 30.500 euro.

Ancora una volta quella che risulta è un Italia a due marce, con 8 regioni del Nord caratterizzate da stipendi proiettati verso l’alto (eccezion fatta per il Friuli Venezia Giulia) e 12 regioni del Sud che invece si collocano nella parte bassa della classifica.

Pur tenendo conto dell’ovvia differenza del costo della vita, che giustifica in buona parte la differenza degli stipendi, non deve stupire il desiderio di molti lavoratori di spostarsi in aree più generose.

Banking, moda e farmaceutico i settori più remunerativi

Va peraltro detto che le differenze tra salari non risultano marcate solamente a livello territoriale, ma anche tra settori occupazionali differenti. Come ricorda Adami “chi lavora nei settori del banking, della moda e del farmaceutico guadagna tendenzialmente di più di un dipendente a pari livello di un altro settore”.

Considerando la categoria dei dirigenti, ad esempio, negli istituti di credito, nelle assicurazioni e nella moda un dirigente può aspirare a una retribuzione annua media di circa 140.000 euro, mentre nei settori alberghiero e siderurgico per la stessa qualifica professionale si percepiscono poco più di 100.000 euro annui.

I 10 consigli per risparmiare sul riscaldamento

Il freddo è arrivato, e le bollette iniziano a lievitare. L’accensione dei termosifoni è partita il 15 ottobre per i comuni in fascia E, il 1 novembre per quelli in fascia D, ed è partita la stagione dei riscaldamenti nella fascia climatica C, che comprende oltre la metà dei comuni italiani. Ma è possibile risparmiare sul riscaldamento domestico? Enea propone 10 regole pratiche per scaldare al meglio le proprie abitazioni e risparmiare evitando sprechi, sanzioni e brutte sorprese in bolletta. Prima regola, effettuare la manutenzione degli impianti, sia per motivi di sicurezza che per evitare sanzioni, che possono arrivare a 500 euro. E controllare la temperatura degli ambienti. Scaldare troppo la casa fa male alla salute e alle tasche: 19 gradi sono più che sufficienti a garantire il comfort necessario. E per ogni grado abbassato si risparmia dal 5 al 10% sui consumi di combustibile.

I trucchi per disperdere meno calore

Attenti poi alle ore di accensione. Il tempo massimo di accensione giornaliero è indicato per legge e cambia a seconda delle 6 zone climatiche in cui è suddivisa l’Italia. Un trucco semplice per ridurre le dispersioni di calore è quello di installare pannelli riflettenti tra muro e termosifone, chiudere persiane e tapparelle durante la notte o mettere tende pesanti che riducono la dispersione di calore verso l’esterno. E ancora, evitare ostacoli davanti e sopra i termosifoni, e non lasciare troppo a lungo le finestre aperte: per rinnovare l’aria in una stanza bastano pochi minuti. Utile poi è fare il check-up alla propria casa. Chiedere a un tecnico di effettuare una diagnosi energetica è il primo passo da compiere per valutare lo stato d’isolamento termico di pareti e finestre, e l’efficienza degli impianti di climatizzazione.

Impianti di riscaldamento innovativi

Dal 2015 la legge consente di installare caldaie a condensazione, ed è quindi opportuno valutare la sostituzione del vecchio generatore di calore con uno a condensazione oppure a pompa di calore ad alta efficienza, a biomassa, o con sistema ibrido. Ove possibile è opportuno integrare questi impianti con collettori solari termici e/o impianti fotovoltaici. Per la realizzazione di questi interventi è possibile usufruire dell’ecobonus e, limitatamente agli impianti fotovoltaici, delle detrazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie, riferisce Adnkronos.

Soluzioni tecnologiche innovative

Anche la domotica aiuta a risparmiare. Cronotermostati e regolatori di presenza elettronici consentono di regolare a distanza la temperatura degli ambienti e il tempo di accensione degli impianti di riscaldamento, in modo da mantenerli in funzione quando necessario. Anche per questi interventi si può usufruire dell’ecobonus. Ultimo consiglio applicare valvole termostatiche. Queste apparecchiature servono a regolare il flusso dell’acqua calda nei termosifoni, consentendo di non superare la temperatura impostata per il riscaldamento. Obbligatorie per legge nei condomini, le valvole termostatiche permettono di ridurre fino al 20% i consumi.

Inflazione in frenata, a settembre 1,4%

Dopo quattro mesi di accelerazione a settembre l’inflazione rallenta. E dall’1,6% di agosto i  prezzi al consumo passano all’1,4%. Inoltre, su base annua, la frenata rilevata dall’Istat nei dati definitivi è ancora più netta di quella indicata nella stima preliminare, attestata all’1,5%. A decelerare di alcuni decimi di punto è anche l’inflazione che grava sulle spese quotidiane, come quelle per i beni alimentari, i beni per la cura della casa e della persona, e i prodotti ad alta frequenza d’acquisto. Ma per i prodotti di largo consumo, gas ed elettricità, la crescita dei prezzi rimane più alta.

Il rallentamento si deve principalmente alla dinamica dei prezzi dei beni alimentari

Il rallentamento dell’inflazione si deve principalmente alla dinamica dei prezzi dei beni alimentari, sia lavorati (la cui crescita in termini tendenziali passa da +1,9% a +1,2%) sia non lavorati (da +3,1% a +2,4%), alla quale si aggiunge quella dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +2,8% di agosto a +2,5%).

Anche i beni energetici non regolamentati rallentano (da +9,5% di agosto a +9,3%), anche se tuttavia continuano ad aumentare. Per i prodotti di largo consumo, così come per gli energetici regolamentati (gas ed elettricità), la crescita dei prezzi rimane comunque più alta rispetto quella registrata per il paniere nel suo complesso.

I prezzi dei servizi relativi ai trasporti in calo del 4,9%

La diminuzione congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo si deve prevalentemente al calo dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-4,9%) e, in misura più contenuta, dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8). L’inflazione decelera quindi sia per i beni (da +2,0% di agosto a +1,7% di settembre) sia per i servizi (da +1,1% a +1,0%). Il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane però negativo, anche se meno marcato rispetto ad agosto (da -0,9% a -0,7%).

Anche l’inflazione di fondo al netto di energetici e alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici, registra una decelerazione: da +0,8% a +0,7% la prima, e da +1,1% a +0,9% la seconda.

La fine dei saldi estivi fa crescere l’IPCA

Se sui prezzi dei prodotti di largo consumo le tensioni si attenuano (beni alimentari, per la cura della casa e della persona, da +2,1% a +1,5%), su quelli ad alta frequenza d’acquisto l’inflazione permane a un livello più alto rispetto all’indice generale (da +2,7% a +2,3%), riporta askanews.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta invece dell’1,7% su base mensile a causa della fine dei saldi estivi, e dell’1,5% su base annua (da +1,6% rispetto ad agosto). L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati diminuisce dello 0,5% su base mensile, ma cresce dell’1,3% rispetto a settembre 2017.

 

“Un attimo!”: così risponde il 38% degli adulti incollati allo smartphone

Cosa rispondono ai figli che chiedono le loro attenzioni gli adulti intenti a smanettare con lo smartphone? “Un attimo! Ma spesso è un attimo che non passa mai. L’associazione nazionale DiTe, che dal 2002 si occupa anche di dipendenze tecnologiche, ha condotto un’indagine su 2.000 giovani tra i 14 e i 20 anni e adulti tra i 28 e i 55 per scoprire quali sono le risposte e gli atteggiamenti di chi ha l’abitudine di “immergersi” nel telefono cellulare. E “Un attimo” è la risposta del 38% degli adulti. Ma quali sono le altre risposte più gettonate? Il 22% risponde con “Cosa?”, il 15% non alza la testa dallo schermo, ma rassicura con “Ti sto ascoltando”, il 12% promette “Ora arrivo”, l’11% borbotta “Dai, ho appena preso il telefono in mano”, e il 2% esclama “Dimmi”.

L’incoerenza digitale dei “grandi”

Parole che rivelano quanto e distrazioni digitali allontanino dalla relazione emotiva con i figli e dall’ascolto dei loro bisogni. “Si tratta di incoerenza digitale – afferma Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell’associazione DiTe -. Se i ragazzi riescono a fare più cose contemporaneamente, magari in modo approssimativo, ma le fanno, i ‘grandi’ quando sono concentrati sui loro schermi difficilmente prestano attenzione ad altro”. D’altronde è comprensibile. I ragazzi sono i cosiddetti nativi digitali, mentre gli adulti sono emigrati digitali, e in alcuni casi addirittura tardivi digitali. E molti di loro non riescono a integrarsi con le nuove tecnologie.

Quando è il genitore a chiedere attenzione

Ma quando sono i genitori a chiedere l’attenzione dei figli a loro volta ipnotizzati dallo schermo cosa succede? I ragazzi affermano che il 45% degli adulti utilizza la frase “Sempre con quel cellulare in mano”, mentre il 20% impone “Spegni subito”, il 12% ricorda “Quante volte ti ho detto che non devi usare il cellulare a tavola”, il 13% interroga per sapere “Con chi parli sempre?”, l’11% “Cosa stai facendo al cellulare?”, e il 9% minaccia “Se continui così ti prendo il cellulare!”, riferisce Askanews.

Cosa rispondono i ragazzi?

E i ragazzi sullo smartphone cosa rispondono ai genitori che chiedono la loro attenzione? Il 55% degli adolescenti replica con “L’ho appena acceso”, il 16% si giustifica dicendo “Mi stavo annoiando”, l’11% giura che “Sto solo ascoltando musica”, l’8% promette “Un attimo e spengo”, il 6% confessa che “Ero nervoso/a” e il 4%, chiede di ripetere: “Cosa?”.

“L’identità dei ragazzi passa anche dallo smartphone – aggiunge Lavenia -. Dobbiamo cercare di comprendere cosa fanno con questo strumento, e non giudicarli a priori. Dobbiamo aiutarli a trovare l’equilibrio tra schermo e realtà. E fare in modo che le loro emozioni non siano dissociate dal corpo, come spesso purtroppo accade”.

Mancano professionisti di cyber security? L’automazione è la risposta

La carenza di professionisti di cyber security rende difficile per le aziende assumere e trattenere talenti. Ma il successo, nel campo della sicurezza, “si raggiunge lavorando sui processi, più che sulle persone – sostiene Nicola Attico, solution consultant manager di ServiceNow Italia -. Le aziende oggi hanno l’opportunità di passare da un approccio alla cyber security focalizzato su ‘toppe temporanee’ a uno più efficiente e conveniente, per prevenire e risolvere i problemi”. Per creare un modello di security robusto, efficiente ed efficace molto si può fare con l’automazione, spiega un articolo di CyberAffairs. Un modello complementare alla ricerca di talenti e agli sviluppi tecnologici nel campo della cyber security.

I 5 step per implementare un modello basato sull’automazione

Secondo Attico sono 5 i passi da seguire per implementare un modello di questo genere. Il 1° è fare un assessment imparziale delle capacità di risposta alle vulnerabilità.” Bisogna identificare i punti deboli dell’organizzazione – prosegue il manager -. Questo si può fare attraverso una stima dei rischi esistenti e applicando un punteggio in ogni area, per avere così una piattaforma di partenza. È importante ricordare che in seguito al Gdpr ci muoviamo in uno scenario globale che ha degli obblighi molto rigidi nei confronti della protezione dati dei clienti e nell’ammettere le violazioni agli utenti che vedono coinvolte le proprie informazioni”.

Il 2° passo è quello di accelerare il time-to-benefit. “Ogni azienda dovrebbe avere uno strumento che effettui scansioni interne ed esterne, alla ricerca di vulnerabilità – puntualizza Attico -. Questo tool dovrebbe anche effettuare scansioni di autenticazione”. Acquisire un vulnerability scan, quindi, è una priorità per le aziende, riporta Askanews.

 

Condividere i dati fa risparmiare

Parola d’ordine numero 3: risparmiare tempo condividendo i dati tra la security e l’IT. “Le aziende possono creare un punto di vista comune combinando i dati sulle vulnerabilità con quelle delle configurazioni IT, utilizzando idealmente una piattaforma unica – afferma ancora Attico -. Strumenti che automatizzano il patch management riducono ulteriormente tempo e risorse, permettendo ai membri dei diversi team di tenere sotto controllo lo stato delle patch aziendali e il conseguente livello di sicurezza”.

“Trattenere i talenti focalizzandosi sulla cultura d’impresa e l’ambiente”

Penultimo passo da seguire (4) è definire e ottimizzare un processo di end-to-end vulnerability response e automatizzare. Secondo Attico “Implementare un processo di risposta alle vulnerabilità aumenta l’accuratezza e riduce di conseguenza i rischi”. Aggiungendo i workflow e l’automazione a questo processo si ottiene più efficienza: perché il tempo di patching e le richieste di personale vengono ridotte.

Ultimo passo (5), trattenere i talenti focalizzandosi sulla cultura d’impresa e l’ambiente. “Abbattendo le barriere interne, ottimizzando i processi e automatizzando il lavoro ripetitivo – dichiara Attico – i team di security aumenteranno in maniera sostanziale la loro soddisfazione sul lavoro riducendo la frustrazione, e rendendo l’azienda un posto migliore in cui lavorare”.

Vita da artista: chi lavora nell’arte… non mette da parte niente

Tra Festival dei Due Mondi e Umbria Jazz l’Umbria in questi giorni estivi si trova al centro della scena artistica e culturale italiana. Un’occasione quindi per puntare i riflettori su un aspetto spesso trascurato del mondo artistico. Ovvero, le condizioni di vita dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo.

Ed è proprio quanto ha fatto la Slc Cgil dell’Umbria, presentando a Spoleto una ricerca condotta dal sindacato a livello nazionale intitolata Vita da artista. Si tratta del primo studio sulle condizioni reali dei professionisti dello spettacolo nel nostro Paese, di cui il 71% ha meno di 45 anni.

Giovani, sottopagati, precari e poco tutelati

I lavoratori nello spettacolo dal vivo in Italia sono giovani  e poco pagati: la media di retribuzione annuale è di poco più di 5.000 euro. Sono altresì precari (l’80% ha contratti temporanei) e poco tutelati: solo il 17% di loro è infatti iscritto ad associazioni sindacali, riporta Adnkronos.

Stando ai dati Inps sono circa 137 mila le persone che lavorano nel settore: per il 55% sono uomini e per il 45% donne, che vengono retribuite meno in ogni settore. Nell’arte, inoltre, il lavoro nero è estremamente diffuso.

“Non è accettabile che la maggioranza di chi produce lavoro culturale sia povero”

“Ecco perché –  commentano i rappresentanti di Cgil Umbria, Perugia e Slc Umbria – è importante rafforzare la sindacalizzazione del settore e portare le istanze degli artisti dentro la contrattazione sociale territoriale”.

Dal canto suo il mondo della cultura e dell’arte interroga il sindacato sulle nuove forme di rappresentanza. “Come Cgil crediamo molto in questo impegno, perché non è accettabile che la stragrande maggioranza di chi produce lavoro culturale in questo paese sia povero”, sottolinea Emanuela Bizi, segretaria nazionale  Scl Cgil.

“Manca la percezione che il lavoro culturale sia lavoro a tutti gli effetti”

“Ora, l’impegno è quello di portare le istanze che emergono dalla ricerca nella contrattazione – aggiunge ancora Bizi – cosa che è iniziata con l’ultimo rinnovo, e nelle rivendicazioni verso gli enti previdenziali e verso la politica. A partire dalla necessità di un ammortizzatore specifico di continuità”.

Il problema però è a monte, e riguarda forse il pregiudizio, o la credenza diffusa, che l’arte (ma anche la cultura) sia per definizione più un hobby che un lavoro e proprio.

“Quello che manca è la percezione che il lavoro culturale sia lavoro a tutti gli effetti – puntualizzano i sindacalisti – eppure nella nostra regione la cultura è un motore di sviluppo e un fattore di attrazione fondamentale”.

Difendersi a scuola, arriva il corso di sopravvivenza per insegnanti e presidi

Imparare a reagire con pochi mezzi nelle circostanze difficili che possono verificarsi a scuola: questo è l’obiettivo del corso di sopravvivenza per presidi e insegnanti organizzato dall’Associazione Nazionale Presidi Lazio (ANP-Lazio), in collaborazione con il Policlinico Gemelli, la Polizia Postale e l’Associazione eTutorWeb. L’iniziativa partirà nel mese di settembre 2018, ed è rivolta a dirigenti scolastici e insegnanti di ogni ordine e grado. La finalità del corso è quella di fornire a chi opera nel mondo dell’insegnamento strumenti di sostegno utili per affrontare tutti i comportamenti e gli atteggiamenti disfunzionali individuati nella relazione scuola-famiglia. Oltre al corso è prevista la diffusione nelle scuole di un video con interviste a personalità della comunicazione, della scuola, del diritto, dello spettacolo, della cultura e della sociologia.

Padroneggiare gli strumenti normativi a disposizione di presidi e docenti

Il corso si propone quindi di aiutare gli operatori della scuola a migliorare e rafforzare con le famiglie relazioni sempre più efficaci e collaborative sui temi della formazione e dell’educazione dei ragazzi.

Tra le finalità del progetto vi è innanzitutto anche la volontà di padroneggiare tutti gli strumenti normativi a disposizione di docenti e presidi, in modo che la scuola possa attivare strutture progettuali in grado di prevenire il conflitto. Ad esempio, redigendo o aggiornando il Regolamento di Istituto, nel cui ambito il Regolamento degli Studenti stabilisce le forme di tutela dei diritti degli alunni e della privacy di tutti gli operatori della scuola.

Un patto di corresponsabilità fra scuola, alunni e famiglia

Per un rapporto proficuo fra alunni, famiglia e insegnanti è inoltre necessario rafforzare il patto di corresponsabilità con i principi e i comportamenti che scuola, famiglia e alunni condividono e si impegnano a sottoscrivere e rispettare. Per saper analizzare in maniera corretta ed efficace i comportamenti degli studenti risulta poi fondamentale conoscere gli aspetti sociologici e psicologici dei preadolescenti, degli adolescenti e degli adulti, riporta Ansa.

Fare riferimento a un Codice deontologico e utilizzare stili educativi individualizzati

In questo senso è opportuno fare riferimento a un Codice deontologico, al Codice disciplinare riguardante la scuola, e alla relativa giurisprudenza per tutte le scelte e le decisioni che presidi e docenti sono chiamati ad assumere su atteggiamenti e comportamenti degli studenti. Per orientare le attività formative verso più efficaci modelli di apprendimento è opportuno avvalersi di stili educativi individualizzati. La comunicazione, verbale e non-verbale, di insegnanti e presidi, va indirizzata quindi verso modelli adeguati