Vita da artista: chi lavora nell’arte… non mette da parte niente

Tra Festival dei Due Mondi e Umbria Jazz l’Umbria in questi giorni estivi si trova al centro della scena artistica e culturale italiana. Un’occasione quindi per puntare i riflettori su un aspetto spesso trascurato del mondo artistico. Ovvero, le condizioni di vita dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo.

Ed è proprio quanto ha fatto la Slc Cgil dell’Umbria, presentando a Spoleto una ricerca condotta dal sindacato a livello nazionale intitolata Vita da artista. Si tratta del primo studio sulle condizioni reali dei professionisti dello spettacolo nel nostro Paese, di cui il 71% ha meno di 45 anni.

Giovani, sottopagati, precari e poco tutelati

I lavoratori nello spettacolo dal vivo in Italia sono giovani  e poco pagati: la media di retribuzione annuale è di poco più di 5.000 euro. Sono altresì precari (l’80% ha contratti temporanei) e poco tutelati: solo il 17% di loro è infatti iscritto ad associazioni sindacali, riporta Adnkronos.

Stando ai dati Inps sono circa 137 mila le persone che lavorano nel settore: per il 55% sono uomini e per il 45% donne, che vengono retribuite meno in ogni settore. Nell’arte, inoltre, il lavoro nero è estremamente diffuso.

“Non è accettabile che la maggioranza di chi produce lavoro culturale sia povero”

“Ecco perché –  commentano i rappresentanti di Cgil Umbria, Perugia e Slc Umbria – è importante rafforzare la sindacalizzazione del settore e portare le istanze degli artisti dentro la contrattazione sociale territoriale”.

Dal canto suo il mondo della cultura e dell’arte interroga il sindacato sulle nuove forme di rappresentanza. “Come Cgil crediamo molto in questo impegno, perché non è accettabile che la stragrande maggioranza di chi produce lavoro culturale in questo paese sia povero”, sottolinea Emanuela Bizi, segretaria nazionale  Scl Cgil.

“Manca la percezione che il lavoro culturale sia lavoro a tutti gli effetti”

“Ora, l’impegno è quello di portare le istanze che emergono dalla ricerca nella contrattazione – aggiunge ancora Bizi – cosa che è iniziata con l’ultimo rinnovo, e nelle rivendicazioni verso gli enti previdenziali e verso la politica. A partire dalla necessità di un ammortizzatore specifico di continuità”.

Il problema però è a monte, e riguarda forse il pregiudizio, o la credenza diffusa, che l’arte (ma anche la cultura) sia per definizione più un hobby che un lavoro e proprio.

“Quello che manca è la percezione che il lavoro culturale sia lavoro a tutti gli effetti – puntualizzano i sindacalisti – eppure nella nostra regione la cultura è un motore di sviluppo e un fattore di attrazione fondamentale”.

Difendersi a scuola, arriva il corso di sopravvivenza per insegnanti e presidi

Imparare a reagire con pochi mezzi nelle circostanze difficili che possono verificarsi a scuola: questo è l’obiettivo del corso di sopravvivenza per presidi e insegnanti organizzato dall’Associazione Nazionale Presidi Lazio (ANP-Lazio), in collaborazione con il Policlinico Gemelli, la Polizia Postale e l’Associazione eTutorWeb. L’iniziativa partirà nel mese di settembre 2018, ed è rivolta a dirigenti scolastici e insegnanti di ogni ordine e grado. La finalità del corso è quella di fornire a chi opera nel mondo dell’insegnamento strumenti di sostegno utili per affrontare tutti i comportamenti e gli atteggiamenti disfunzionali individuati nella relazione scuola-famiglia. Oltre al corso è prevista la diffusione nelle scuole di un video con interviste a personalità della comunicazione, della scuola, del diritto, dello spettacolo, della cultura e della sociologia.

Padroneggiare gli strumenti normativi a disposizione di presidi e docenti

Il corso si propone quindi di aiutare gli operatori della scuola a migliorare e rafforzare con le famiglie relazioni sempre più efficaci e collaborative sui temi della formazione e dell’educazione dei ragazzi.

Tra le finalità del progetto vi è innanzitutto anche la volontà di padroneggiare tutti gli strumenti normativi a disposizione di docenti e presidi, in modo che la scuola possa attivare strutture progettuali in grado di prevenire il conflitto. Ad esempio, redigendo o aggiornando il Regolamento di Istituto, nel cui ambito il Regolamento degli Studenti stabilisce le forme di tutela dei diritti degli alunni e della privacy di tutti gli operatori della scuola.

Un patto di corresponsabilità fra scuola, alunni e famiglia

Per un rapporto proficuo fra alunni, famiglia e insegnanti è inoltre necessario rafforzare il patto di corresponsabilità con i principi e i comportamenti che scuola, famiglia e alunni condividono e si impegnano a sottoscrivere e rispettare. Per saper analizzare in maniera corretta ed efficace i comportamenti degli studenti risulta poi fondamentale conoscere gli aspetti sociologici e psicologici dei preadolescenti, degli adolescenti e degli adulti, riporta Ansa.

Fare riferimento a un Codice deontologico e utilizzare stili educativi individualizzati

In questo senso è opportuno fare riferimento a un Codice deontologico, al Codice disciplinare riguardante la scuola, e alla relativa giurisprudenza per tutte le scelte e le decisioni che presidi e docenti sono chiamati ad assumere su atteggiamenti e comportamenti degli studenti. Per orientare le attività formative verso più efficaci modelli di apprendimento è opportuno avvalersi di stili educativi individualizzati. La comunicazione, verbale e non-verbale, di insegnanti e presidi, va indirizzata quindi verso modelli adeguati

Quanto costa mandare i figli a scuola? 15 miliardi di euro

Per mandare i figli a scuola, dall’asilo nido all’università le famiglie italiane spendono 15 miliardi di euro. Di cui 8,7 miliardi per tasse e rette di iscrizione, e 3,8 miliardi (25% del totale), per i costi della didattica, a cominciare dai libri. Un’altra voce piuttosto onerosa riguarda la spesa per mensa e trasporto scolastico, che insieme raggiungono circa 2,6 miliardi, oltre il 17% del totale complessivo per l’intero ciclo scolastico.

Non sorprende che molte famiglie fatichino a sostenere il percorso formativo dei figli. Ciò si riflette anche sul mondo del lavoro, poiché la possibilità di crescita dell’Italia è bloccata anche dal basso livello di competenze.

Asilo nido e scuola materna i più costosi

A fare i conti sui costi dell’istruzione è una ricerca di Mbs Consulting, Il bilancio di welfare delle famiglie italiane, diffusa da AdnKronos. E dalle stime della ricerca emerge come la spesa più consistente sia destinata alla fase iniziale del ciclo scolastico: asilo nido e scuola materna incidono in media per 1.937 euro a famiglia (6,5% del reddito familiare netto), pari a 5,4 miliardi complessivamente.

Il 35,4% delle famiglie dichiara di dover rinunciare ad attività formative extra scolastiche

A causa dei costi onerosi il 59,1% delle famiglie rinuncia ad arricchire il percorso formativo dei figli (ad esempio, corsi di lingue straniere o attività fisiche), oppure alle gite scolastiche, a cui rinuncia il 32,2% delle famiglie.

Tra le famiglie che dichiarano di effettuare alcune rinunce (35,4%), quelle costrette da condizioni economiche svantaggiate sono il 57,7%, percentuale che sale al 61,9% nei nuclei costituiti da un solo genitore con figli.

Il contributo del welfare aziendale nella crescita dell’istruzione

Sono quindi 7,8 milioni le famiglie che affrontano, con fatica, le spese per l’istruzione. Tra queste, 6,3 milioni sono famiglie con lavoratori dipendenti, potenzialmente beneficiarie delle iniziative di welfare delle imprese. A oggi però solo 968mila famiglie utilizzano convenzioni con asili nido o scuole materne, 608mila ricevono aiuti per le spese scolastiche e universitarie, e 180mila hanno ottenuto borse di studio aziendali.

Se le recenti riforme hanno rafforzato l’autonomia degli istituti scolastici, e sollecitato l’apertura al tessuto sociale e produttivo, il welfare aziendale può quindi permettere alle imprese di generare nuove opportunità di incontro con la scuola, contribuendo con iniziative concrete al suo rinnovamento.

L’Italia al penultimo posto in Europa per numero di laureati

Un recente report di Eurostat delinea un quadro preoccupante sui livelli di istruzione in Italia, al penultimo posto in Europa nel 2017, davanti solo alla Romania per numero di laureati sulla popolazione in età di lavoro. E il 41,1% di italiani non ha conseguito nemmeno il diploma.

Come se non bastasse, il tasso di abbandono nella scuola secondaria superiore in Italia è particolarmente elevato: il 14,7%, quasi 4 punti in più della media europea (11%).

Chi sono gli influser? Doxa indaga sulla “tribù” degli anticipatori del mercato

Anticipare le tendenze di acquisto di domani: è quanto “fanno” gli influser, coloro che più di altri sono in grado di recepire le novità del mercato. Un target fondamentale per brand e aziende che Doxa, per conto della società Influse, ha deciso di indagare, tracciandone caratteristiche e diffusione a livello numerico. Doxa ha quindi realizzato una doppia indagine, sia quantitativa, per circoscrivere la sottopopolazione che possiede le caratteristiche dell’Influser, sia qualitativa, condotta sugli individui maggiormente aderenti al profilo degli anticipatori di consumi.

La stragrande maggioranza degli intervistati è “solo” curiosa

Dalla ricerca risulta che sono pochi gli italiani con le caratteristiche dell’influser. “La stragrande maggioranza degli intervistati, pari al 57% del totale, sono al più curiosi – precisa Vilma Scarpino, AD Doxa -. Si tratta di persone che si aprono alle novità, ma solo se convinte che possano migliorarne la vita”. Ai curiosi seguono gli esploratori (18%), ovvero coloro che, attenti a come cambia la società, si sforzano di captare le novità in arrivo. E al terzo posto si trovano gli osservatori (17%). Questi ultimi, attratti dal progresso, sanno apprezzare il tempo in cui vivono sfruttandone al meglio le opportunità.

Solo il 4% degli intervistati ha un profilo corrispondente a quello dell’influser

La buona notizia è che si può essere influser a qualsiasi età, indipendentemente dalle condizioni socio-economiche e dall’appartenenza geografica. Ma da questa prima survey di Doxa emerge che “appena il 4% degli intervistati ha un profilo corrispondente a quello dell’influser – riassume Gianmaria Padovani, co-founder di Influse insieme a Cubica -. Si tratta di individui che stanno con altre persone perché il loro senso di identità è intimamente legato alla sensazione di appartenenza a un gruppo e allo scambio che questo comporta”.

Per gli influser Internet è il principale strumento di interfaccia con il mondo

Tutti gli influser hanno diversi hobby e sono soliti coltivare interessi diversi tra loro. Al primo posto però c’è la tecnologia, elemento centrale del loro mondo, seguita dall’universo del food, i viaggi, e l’intrattenimento, soprattutto cinema, film, serie TV e concerti.

Tra i canali d’informazione più utilizzati dagli influser Internet risulta in maniera significativa il principale strumento di interfaccia con il mondo. Gli influser più giovani, in particolare, sono estremamente web confident: per loro Internet è uno strumento quotidiano, usato in primis per visitare i social network e relazionarsi con le community. Del resto è proprio online che i più scovano le novità individuando i trend futuri.

Le Pmi del settore meccanico non sono pronte per la quarta rivoluzione industriale

Quasi un quinto delle Pmi italiane del settore meccanico, ovvero il 18,6%, non si sente preparato per la quarta rivoluzione industriale. Sebbene il 41,8% di loro si dichiari soddisfatta per il prolungamento del Piano Nazionale Industria 4.0 al 2020, quasi una su tre (31%) lo giudica ancora insufficiente, e c’è chi ancora non lo conosce (18,4%).

Questo almeno è il quadro che emerge dalla ricerca sull’industria manifatturiera meccanica realizzata da Grs Ricerca e Strategia, e presentata in occasione del Forum trasformazione digitale, promosso da Fabbrica per l’eccellenza, la learning community di Compagnia delle Opere.

Cosa pensano le Pmi meccaniche del Piano Nazionale Industria 4.0?

Secondo le Pmi intervistate i principali fattori che rallentano la digitalizzazione delle imprese sono l’incertezza del rapporto tra investimenti e benefici, la mancanza di competenze interne e gli investimenti troppo alti.

Tra le misure del Piano Nazionale Industria 4.0, il cosiddetto Piano Calenda, iper e super ammortamento riscuotono invece il successo maggiore.

E se il 24% delle Pmi intervistate dà una valutazione positiva del Piano, riporta Ansa, e il 17,7% ritiene che sul fronte della trasformazione digitale la situazione sia migliorata, per il 15,2% delle aziende intervistate si tratta di un Piano “confuso e non rispondente alle esigenze delle Pmi”.

 

Dopo la sicurezza digitale gli investimenti si concentrano soprattutto sulla connettività

Dopo la cyber security gli investimenti delle Pmi si concentrano soprattutto sulla connettività (53%), mentre diminuiscono quando si tratta di Internet of Things, robotica collaborativa, big data e realtà aumentata, su cui investe il 26,8% delle imprese.

Lo stesso trend si rileva sul livello di conoscenza delle diverse tecnologie. Nella maggioranza delle Pmi, poi, è l’imprenditore stesso la figura che gestisce il processo di innovazione digitale. Solo il 10,9% dispone di un Chief innovation officer (Cio), e appena lo 0,6% può contare su un Chief Digital Officer (Cdo).

Non solo opportunità: big data, connessioni remote, Internet of Things presentano anche dei rischi

“Big data, connessioni remote quasi senza confini, Internet of Things offrono anche alle aziende di medie dimensioni l’opportunità di competere nell’economia globale – afferma Dionigi Gianola, direttore generale della Compagnia delle opere e responsabile del progetto Fabbrica per l’eccellenza – ma presentano dei rischi, sia perché gli investimenti richiesti dai processi di digitalizzazione sono elevati sia perché la scelta delle tecnologie giuste ha effetti invasivi, e quasi sempre a medio-lungo termine”.

Gli italiani e i social: li usano tutti i giorni, ma non distinguono la pubblicità

Facebook, Instagram e Whatsapp sono i social più amati e usati dagli italiani. Che però non riescono ancora distinguere un messaggio promozionale quando viene pubblicato: 1 utente su 3 non si rende conto di essere di fronte a una pubblicità quando la vede apparire. Questo è infatti uno degli aspetti emersi  dall’indagine Italiani e Social Media di Blogmeter, azienda italiana attiva nella social media intelligence. Per la ricerca sono stati intervistati 1.500 residenti in Italia, tra i 15 e i 64 anni, un campione rappresentativo degli iscritti ad almeno un canale social.

Social di “cittadinanza” e “funzionali

Blogmeter identifica due tipologie di social, quelli di “cittadinanza” e quelli “funzionali”. I primi sono i social che contribuiscono a definire le nostre identità di relazione, mentre i secondi vengono utilizzati più saltuariamente e soddisfano un bisogno specifico  Tra i primi Facebook si conferma anche quest’anno il maggiore rappresentante per l’84% degli intervistati, seguito da Instagram, cresciuto del 6% rispetto all’anno passato (dal 40% a 46%), e WhatsApp considerato dai suoi utilizzatori un social alla pari di altri, e non un mero servizio di messaggistica. Tra i social funzionali i principali sono Trip Advisor e Facebook Messenger, riporta una notizia Agi.

Utile, detestata o addirittura non riconosciuta: la percezione dell’advertising sui social

La pubblicità su Facebook e Instagram è considerata utile come fonte di stimoli rispettivamente per il 26% e il 33% degli intervistati. Ma l’aspetto più interessante è che molti utilizzatori non distinguono la pubblicità dai contenuti organici (ciò vale per 1 intervistato su 3). Decisamente più critica la percezione dell’advertising su YouTube, considerato fastidioso dal 75% degli intervistati. Anche nel 2018 poi l’e-commerce si conferma fortemente correlato all’uso dei social: coloro che acquistano più frequentemente online sono tra i più frequenti utilizzatori dei social network. E il 50% degli intervistati ritiene che incrementerà i propri acquisti online nell’anno a venire.

Ma perché usiamo i social media?

Dalla ricerca emerge una polarizzazione: il 42% degli intervistati dichiara di limitarsi a leggere contenuti altrui, il 13% dichiara di scrivere prevalentemente propri post originali, senza particolare attenzione ai post delle altre persone. Il restante 45% legge, scrive o commenta. E se Facebook resta il preferito, Instagram è il social di riferimento per seguire le celebrity, mentre YouTube e Pinterest sono utilizzati per trovare nuove idee. Interessante la crescita di menzioni di Facebook Messenger (+7%) come canale per comunicare con le aziende.

Quanto costa mantenere un’automobile in Italia?

Quanto costa agli italiani mantenere un’automobile? Secondo l’ultimo osservatorio di SosTariffe.it ogni anno in Italia si spendono in media 1.515 euro, sia per poter utilizzare la propria vettura sia per rispettare tutti gli obblighi di legge. Tutte le rilevazioni di SosTariffe.it sono state effettuate prendendo come auto di riferimento una tra le utilitarie più vendute nel nostro Paese: la Fiat Panda.

La regione dove si spende di più è la Campania

La Campania è la regione dove i costi sono più alti, ovvero pari a 2.156 euro, mentre in Friuli Venezia Giulia più bassi (1.117 euro), circa 400 euro in meno rispetto alla media nazionale. A incidere maggiormente sul costo è la spesa per il carburante (53% in media), seguita da quella per l’assicurazione (24,8%), e da bollo e revisione (11,3%). Oltre a Friuli Venezia Giulia, la vita degli automobilisti sembra essere più economica in Valle D’Aosta (1.260 euro) ed Emilia Romagna (1.314 euro).

RC e bollo auto non sono tra le spese che incidono di più

Nonostante rappresenti circa il 24,8% della spesa totale annua, l’assicurazione non è quella che ha più peso sui costi fissi. Nel nostro Paese mediamente si spendono 375 euro per assicurare un autoveicolo (dato riferito alla Fiat Panda). E la regione dove questo costo è più alto è la Campania, dove la spesa supera i 940 euro, mentre il Friuli Venezia Giulia rimane la regione con il costo RC più basso, 188 euro.

Anche Bollo auto e revisioni incidono poco sulle spese fisse, poco più dell’11%, con un costo medio di 171 euro. Le regioni dove viene superata la media nazionale sono Campania e Abruzzo, dove bollo e revisione hanno i costi più alti, 194 euro l’anno, seguiti da Veneto, Calabria, Liguria, Lazio, Marche, Molise e Toscana.

In Molise per il carburante spendono di più, i liguri si confermano risparmiatori

La regione con la spesa maggiore per il carburante è il Molise: circa 1.174 euro, pari a circa il 62,6% del costo annuo complessivo per l’auto. Non dipende però dal costo della benzina, in linea con la media italiana, ma dal numero di km percorsi ogni anno dagli abitanti: 15.000 circa, tra i più alti d’Italia.

A risparmiare di più alla stazione di rifornimento sono i guidatori di Sicilia, Lazio, Marche, Liguria, Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia. In Liguria, in particolare, poiché il costo del carburante è tra i più alti d’Italia (oltre 1.6 euro al litro), i liguri hanno deciso di utilizzare l’auto solo per poco più di 7.800 km l’anno.

In Trentino si vive più a lungo che in Campania

La vita in Trentino Alto Adige è fino a tre anni più lunga rispetto alla Campania. L’Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede a Roma presso l’Università Cattolica, ha dedicato un focus alle disuguaglianze di salute in Italia nel 2017. E i dati che emergono parlano chiaro: nella regione Campania gli uomini vivono infatti mediamente 78,9 anni e le donne 83,3, mentre nella Provincia Autonoma di Trento gli uomini in media arrivano fino a 81,6 anni di età e le signore a 86,3.

Nel Nord-Est la speranza di vita è più alta

In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nel Nord-Est italiano, dove la speranza di vita per gli uomini è di 81,2 anni e per le donne di 85,6. Decisamente inferiore nel Mezzogiorno, dove la speranza di vita si attesta a 79,8 anni per gli uomini e 84,1 per le donne.

Inoltre, rileva ancora l’Osservatorio, si vive più a lungo a seconda del luogo di residenza, ma anche del livello d’istruzione. E l’aspettativa di vita risulta più bassa al Sud, in particolare in Campania, oppure per coloro che non hanno raggiunto la laurea.

Condizioni di salute peggiori per chi ha un titolo di studio basso

Dai dati dell’Osservatorio risulta poi che a un titolo di studio più basso corrispondono peggiori condizioni di salute, acuite dalle difficoltà di accesso ai servizi sanitari. A quanto sembrerebbe, il Servizio sanitario nazionale assicura la longevità, ma non l’equità sociale e territoriale. E se “Il Servizio sanitario nazionale oltre che tutelare la salute, nasce con l’obiettivo di superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del Paese – spiega Alessandro Solipaca, Direttore Scientifico dell’Osservatorio – su questo fronte i dati testimoniano il sostanziale fallimento delle politiche”.

Firenze, Monza e Treviso le province può longeve

Firenze e, a seguire, Monza e Treviso sono le province può longeve d’Italia. Con 84,1 anni di aspettativa di vita Firenze fa totalizzare 1,3 anni in più della media nazionale, riferisce Ansa, seguita da Monza e Treviso, con poco più di un anno di vantaggio su un italiano medio. Il dato sulla sopravvivenza mette invece in luce l’enorme svantaggio delle province di Caserta e Napoli, che hanno una speranza di vita di oltre 2 anni inferiore a quella media nazionale, seguite da Caltanissetta e Siracusa, con uno svantaggio di sopravvivenza rispettivamente di 1,6 e 1,4 anni.

Istat, scende la pressione fiscale, sale il reddito disponibile

Sono positivi i dati trimestrali resi noti dall’Istat, l’Istituto italiano di Statistica. Tra gli indicatori più significativi, si abbassa la pressione fiscale, sale il reddito disponibile delle famiglie, cresce l’inflazione.

Fisco, pressione al 40,3%

Anche se i miglioramenti sembrano essere davvero minimi, qualche buona notizia c’è, anche sul fronte delle tasse. Nel terzo trimestre del 2017 la pressione fiscale è stata del 40,3%, ovvero pari allo 0,4% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Famiglie, qualche euro in più nel reddito disponibile

In base ai dati diffusi, il reddito disponibile delle famiglie sarebbe in salita. L’Istat afferma che il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,7% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,2%. Grazie a questo processo virtuoso, è salita di 0,5 punti percentuali anche la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici, attestandosi a 8,2%. A fronte di una diminuzione dello 0,1% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto rispetto al trimestre precedente dello 0,8%, indica l’Istat.

E per le aziende?

Per quanto riguarda la quota di profitto delle società non finanziarie, nel terzo trimestre del 2017 – in base ai dati dell’Istituto – avrebbe raggiunto il 41,3%, con un calo di  0,4 punti percentuali sul trimestre precedente. Decisamente meglio il tasso di investimento, pari al 20,7%, che è invece cresciuto di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Inflazione il lieve salita. E non è una cattiva notizia

Secondo le stime preliminari diffuse dall’Istat, a dicembre 2017 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,4% su base mensile e dello 0,9% rispetto a dicembre 2016 (come a novembre). Stando alle stime preliminari , l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,3% su base mensile e dell’1,0% su base annua (era +1,1% a novembre). La variazione media annua del 2017 è pari a +1,3% (era -0,1% nel 2016). “La stabilità dell’inflazione a dicembre 2017 -spiega l’Istituto di Statistica- è la sintesi di dinamiche opposte. L’accelerazione della crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,8%, da +2,2% di novembre) è infatti bilanciata dal rallentamento della crescita dei prezzi sia dei Beni alimentari non lavorati (+2,5%, da +3,2% del mese precedente) sia dei Beni energetici non regolamentati (+4,4% da +5,0% di novembre). Pertanto, a dicembre sia l’’inflazione di fondo’, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sia quella al netto dei soli beni energetici confermano le stesse variazioni registrate nel mese precedente (rispettivamente +0,4% e +0,6%)”.

 

Assolombarda, nel 2017 cresce il fatturato per il 53% delle aziende

Per le imprese lombarde quello del 2017 sarà “Il miglior risultato assoluto dal 2008”. Parola di Fabrizio Di Amato, vicepresidente Assolombarda per il Centro Studi. I numeri, infatti, sono più che incoraggianti: in base ai dati raccolti, il 53% delle imprese di Milano, Lodi, Monza e Brianza prevede di chiudere il 2017 con un fatturato in crescita rispetto al 2016. Le prospettive per il 2018, invece, sono più caute. Lo scenario emerge dai risultati dell’indagine, realizzata dal Centro Studi di Assolombarda, su preconsuntivi 2017 e previsioni 2018, che coinvolge 300 imprese associate del manifatturiero e del terziario innovativo.

Ottime performance per le imprese del territorio

“Il 2017 si rivela un anno estremamente positivo per le performance delle imprese del nostro territorio. Il migliore risultato assoluto dal 2008, mentre per il 2018 le aziende sono più caute. Guardando nei vari settori, emerge un dato interessante dalle aziende del terziario innovativo, che registrano risultati particolarmente positivi e potranno fare da traino per l’intero sistema produttivo lombardo” spiega Fabrizio Di Amato.

Gli indicatori sono al rialzo

Le buone notizie non sono finite qui. I preconsuntivi 2017 sono infatti in rialzo rispetto alle previsioni formulate sei mesi fa. Rispetto ad aprile, le percentuali ottimistiche sono cresciute. Salgono al 53% (dal 50% del campione intervistato), le imprese che contano di chiudere l’anno con un fatturato in crescita rispetto al 2016, mentre si riduce la quota di chi pensa di avere vendite in linea con l’anno scorso (dal 34% al 27%). Infine, sale al 18% (dal 13%) l’incidenza delle imprese che prevede una riduzione del fatturato per l’anno corrente, restando tuttavia la percentuale più bassa dal 2008 ad oggi.

Terziario innovativo e manifatturiero le aziende con il turbo

Tra i vari settori, le imprese che registrano le migliori performance sono le aziende del terziario innovativo, con il 55% di queste che dichiara un fatturato in aumento nel 2017 (erano il 52% lo scorso aprile). Per quanto riguarda le aziende del manifatturiero, le prospettive di crescita sono attese dal 52% delle imprese del comparto, contro il 49% dichiarato lo scorso aprile.

Luci e ombre sulle previsioni per il 2018

Cauto ottimismo anche per gli scenari del prossimo anno. Per il 2018, il 37% delle imprese intervistate si aspetta ricavi e vendite in crescita. Tuttavia, un’azienda su quattro preferisce non rispondere alla domanda, confermando un clima di incertezza sul prossimo futuro. Sempre in riferimento all’anno che verrà, il 34% delle aziende prevede un 2018 in linea con il 2017, mentre solo il 5%, invece, si aspetta una diminuzione del fatturato.